mercoledì 26 marzo 2025

Valle d'Aosta, il trifoglio degli Autonomisti di Centro

Non mancano certo i movimenti nell'area del centro, in Italia come nei territori. Vale anche per la Valle d'Aosta, regione a statuto speciale nella quale si registra la presentazione di un progetto politico denominato Autonomisti di Centro: si tratta di un cammino comune promosso da tre partiti locali, cioè Pour l’Autonomie, Rassemblement Valdôtain e Stella Alpina, ma supportato anche da due associazioni culturali (Esprì ed Evolvendo). In effetti, il progetto sarebbe nato nello scorso autunno, con la collaborazione di due forze dell'attuale maggioranza (Pour l'Autonomie e Stella Alpina) e di una di opposizione (Rv): si tratterebbe di un'intesa "finalizzata, pur nel pieno rispetto delle rispettive identità e organizzazioni, a promuovere una comune azione politica nell'ambito delle sfide che attendono la Valle d’Aosta".
Il percorso comune degli Autonomisti di Centro è stato presentato il 20 marzo da Aldo Di Marco (Pl'a), Stefano Aggravi (Rv) e Ronny Borbey (Sa) con l'idea di aprirsi a "tutte le forze politiche e sociali che riconoscono nell'Autonomia speciale lo strumento essenziale per gestire il presente e costruire il futuro" della Valle d'Aosta, partendo dall'approfondimento di temi fondamentali per la popolazione regionale (si parte proprio dall'autonomia speciale, oggetto del confronto il 29 marzo coi costituzionalisti Matteo Cosulich e Giovanni Boggero, ma ci si occuperà anche di trasporti, rifiuti, politiche a sostegno della famiglia, sanità, agricoltura e transizione economica), in modo da stimolare la discussione in pubblico attraverso lo strumento del "laboratorio di idee e proposte".
Le tre forze politiche si presentano tutte come di fede autonomista e di posizione centrista, pur avendo storie diverse: quella di Pour l'autonomie è legata soprattutto al suo fondatore, Augusto Rollandin (mancato lo scorso anno), quella di Stella alpina si ricollega alla storia cattolica democratica dei Democratici popolari e a quella successiva della Fédération Autonomiste, mentre Rassemblement Valdôtain è frutto della scissione dalla Lega valdostana della componente autonomista liberale (e via via aveva accolto anche altre sensibilità, per esempio con l'ingresso di Claudio Restano, consigliere del gruppo misto che era stato eletto con Vda Unie). 
Il simbolo scelto per il percorso comune è un cerchio di colore blu scuro, con una circonferenza concentrica bianca che raccoglie i simboli delle tre forze attualmente parte dell'alleanza, pur senza contenere del tutto il nome in cui spicca soprattutto la parola "Centro" (con la "o" che rende graficamente il concetto di centro grazie a un puntino rosa, stesso colore del resto del nome). Tra i tre simboli in miniatura e la denominazione spicca la presenza di un trifoglio: quell'elemento grafico - che non può non ricordare, anche se solo nel nome, l'esperimento di alleanza del 1999-2000 tra il Partito repubblicano italiano, la cossighiana Unione per la Repubblica e i Socialisti democratici italiani - non è stato inserito affatto per caso e non può spiegarsi solo con la partecipazione attuale di tre soggetti politici. 
"Il trifoglio - spiega appunto Stefano Aggravi - è presente ovunque in Valle d'Aosta, è un elemento fondamentale, tra l'altro, per la salubrità del latte e per la produzione della fontina. In più, come sottolinea Ronny Borbey di Stella alpina, il trifoglio rimanda direttamente alla figura di Oger Moriset, che fu vescovo di Aosta nel '400 senza avere alcun casato: il trifoglio divenne simbolo allo stesso tempo di unità, montanità e ruralità". Tuttora, sulle pareti del palazzo vescovile restaurate pochi anni fa, sono visibili le decorazioni ad affresco risalenti al medioevo con un gran numero di trifogli; lo stesso fregio, abbinato al giglio del capitolo della cattedrale, si può trova all'interno del duomo di Aosta (come mostra la foto precedente).
I promotori del cammino comune tengono a precisare che il loro non è un cartello elettorale; è però innegabile che quest'anno sia prevista la scadenza del consiglio regionale e non è certo lontano nemmeno il voto per rinnovare l'amministrazione comunale di Aosta. Unire le forze è fondamentale soprattutto a livello regionale, vista la doppia soglia di sbarramento prevista dalla legge elettorale proporzionale a premio eventuale (in prima battuta restano fuori le liste che non abbiano raggiunto almeno il quoziente regionale, che equivale al raggiungimento del 2,85% circa; in seconda battuta sono escluse le liste che non abbiano ottenuto almeno due seggi in base al primo riparto). 
Pure per questo motivo, in un primo tempo il tavolo del percorso comune era più ampio, comprendendo anche La Renaissance Valdôtaine, evoluzione del Rinascimento Valle d'Aosta che aveva partecipato al voto del 2020 nel comune capoluogo e in regione (mantenendo un'ispirazione grafica artistica, si è passati dalla creazione di Michelangelo alla Venere di Botticelli). Il 24 marzo, però, il movimento guidato da Giovanni Girardini ha fatto sapere di prendere atto "della decisione di Pour l'Autonomie, Stella Alpina e Rassemblement Valdôtain di interrompere il percorso unitario intrapreso, nonostante l'accordo unanime raggiunto il 17 marzo sui punti programmatici minimi", decisione che sarebbe stata "motivata da dubbi sulla 'tenuta stabile' di Renaissance Valdôtaine"; per il gruppo di Girardini resta necessario puntare alla costruzione di "un'alternativa di discontinuità per innescare un reale cambiamento" per l'amministrazione del comune di Aosta. Non è mancata la replica degli Autonomisti di Centro, secondo i quali la posizione di Renaissance che giudicava "condizione imprescindibile" per proseguire il cammino comune la candidatura di Girardini come sindaco di Aosta (lui era arrivato al ballottaggio cinque anni fa, per poi essere sconfitto da Gianni Nuti) era comprensibile ma prematura: "In questa fase, infatti, si era valutata l'opportunità di aprire un confronto più ampio e profondo, incentrato sulla costruzione di una reale discontinuità nell'azione amministrativa a livello comunale. Crediamo che la politica debba confrontarsi sui contenuti, proponendo anche scelte di cambiamento e discontinuità, che non si riducano alla mera sostituzione di persone, ma che rispondano a una visione condivisa", dovendosi considerare l'individuazione dell'aspirante guida dell'amministrazione cittadina "il punto di arrivo di un percorso politico e non una premessa non negoziabile".
Di certo l'area interessata da questi movimenti resta molto delicata: giusto ieri si è appreso, attraverso Ansa, che consigliere regionale Diego Lucianaz ha lasciato il gruppo di Rassemblement Valdôtain (di cui era stato uno dei primi membri) per aderire al gruppo misto. Lo avrebbe fatto "per ragioni legate al nuovo accordo politico concluso dal movimento con altre forze politiche" (dunque per la nascita degli Autonomisti di Centro), dichiarando di non condividere l'attività amministrativa degli altri gruppi: "questa situazione non mi permetterebbe di rimanere coerente con la lotta politica che ho cercato di portare avanti fin dalla mia elezione al Consiglio regionale". Si attendono, evidentemente, nuovi sviluppi.

venerdì 21 marzo 2025

Pordenone, simboli e curiosità sulla scheda

Per le elezioni amministrative si vota tradizionalmente in primavera, ma quest'anno le urne si apriranno per prime in Friuli - Venezia Giulia: il 13 e il 14 aprile, in particolare, si andrà ai seggi in quattro comuni, tutti interessati da fattispecie di scioglimento anticipato. Di questi, l'unico capoluogo di provincia è Pordenone, comune chiamato al voto in anticipo rispetto alla scadenza naturale dell'amministrazione seguita alle elezioni del 5-6 ottobre 2021 a causa dell'opzione per il seggio di europarlamentare da parte del sindaco Alessandro Ciriani (fratello di Luca - attuale ministro per i rapporti con il Parlamento - e come lui iscritto a Fratelli d'Italia). 
Si contenderanno il ruolo di sindaco quattro persone, che potranno contare sul sostegno complessivo di 12 liste (una in più del 2021, mentre il numero delle persone aspiranti alla poltrona di sindaco è rimasto lo stesso). Oltre a due coalizioni (centrosinistra per Nicola Conficoni, centrodestra per Alessandro Basso), sulla scheda finiranno due figure outsider, che con la loro unica lista cercheranno comunque di ottenere spazio in consiglio comunale. Candidati e simboli sono riportati di seguito, come di consueto, in base alla disposizione sulla scheda.
 
* * *
 

Marco Salvador

1) Salvador Sindaco - La Civica - Civica FVG 

Il sorteggio ha collocato al primo posto la candidatura di Marco Salvador, dipendente Hera, consigliere uscente eletto nel 2021 per la lista La Civica, allora a sostegno del candidato di centrosinistra Gianni Zanolin. Questa volta Salvador corre da solo (ma con l'appoggio, tra l'altro, di Azione), sostenuto da un'unica lista, Salvador Sindaco, che contiene al suo interno le miniature - nemmeno troppo piccole - dei simboli di La Civica (che sullo sfondo sfumato simil Instagram riprende il fiume - anche se può sembrare un mare - e la porta di pietra dello stemma cittadino, ma in alto inserisce un profilo del Monte Cavallo) e di Civica FVG, altro gruppo sorto a livello regionale alla fine del 2022, che nel simbolo altrettanto sfumato - e composto con la stessa font - inserisce tre sagome stilizzate di persone a mezzo busto.   
 

Anna Ciriani

2) #AmiAmoPordenone

Seconda candidatura è quella di Anna Ciriani, docente di materie letterarie e aspirante sindaca di Pordenone già nel 2021. Allora si parlò di lei, oltre che per il carattere anticonformista della sua figura, perché la lista civica Anna Ciriani sindaca - #AmiAmoPordenone era stata esclusa per problemi legati ai moduli della raccolta firme: si erano registrate ben tre decisioni dei giudici amministrativi, inclusa l'ultima del Tar Trieste che - ritenendo applicabile anche a livello regionale il termine (più favorevole) dettato da norme statali per presentare documenti utili - aveva di fatto aperto la strada alla riammissione. Quest'anno Ciriani ha ritenuto che le ragioni per proporsi come prima cittadina fossero rimaste immutate ed è tornata sulla scheda col suo simbolo di tre anni e mezzo fa (col cognome su fondo viola sfumato in alto, il nome-hashtag nella parte inferiore e una fascia biancorossa/tricolore nel mezzo. Non ci sono altri aspiranti sindaci con lo stesso cognome, che però è ugualmente presente sulla scheda.
 

Nicola Conficoni

3) Partito democratico

Esaurite le candidature sostenute da una sola lista, il terzo nome sulla scheda è quello di Nicola Conficoni, consigliere regionale dem e candidato - non senza polemiche - per il centrosinistra, stavolta privo del MoVimento 5 Stelle (che non partecipa ufficialmente alla competizione, al di là di un esponente che appoggia Salvador). Prima delle cinque liste presentate è quella del Partito democratico, che nel 2021 fu il partito più votato (superato solo dalla "lista Ciriani" del centrodestra). Come allora, il Pd presenta il suo simbolo nazionale ufficiale, senza alcuna altra indicazione.
 

4) Italia viva

Ironia della sorte - visti i rapporti storici non proprio idilliaci tra le due forze politiche - l'estrazione ha collocato a fianco del Pd il simbolo di Italia viva, in uno dei non frequentissimi casi di alleanza conclamata con i dem (senza l'inserimento di candidati in liste dalla natura civica). Sulle schede dunque apparirà il fregio ufficiale del partito fondato da Matteo Renzi (pure in questo caso senza altre indicazioni nominali o territoriali): Iv esordisce così nelle competizioni elettorali pordenonesi, dopo che alle elezioni politiche, europee e regionali aveva partecipato sempre a liste con altre forze politiche della stessa area.
 

5) Un'altra Pordenone c'è 

Terza formazione a sostegno di Conficoni è Un'altra Pordenone c'è, lista "plurale e pluralista, ecologista, socialista, progressista, laica", come si qualifica sulla propria pagina Facebook. Il simbolo scelto per concorrere, tanto semplice e leggibile quanto elegante, riporta il nome tricolore su fondo giallo scuro; spiccano, come particolarità, l'uso di una fogliolina verde con ombra come apostrofo (oltre che per segnalare la sensibilità ecologista) e di un carattere manoscritto (che ricorda un po' il gesso, visto il colore bianco del testo) per scrivere "c'è". 
 

6) Il Bene Comune

Torna sulle schede come parte della coalizione di centrosinistra la lista Il Bene Comune, lista civica (cui concorrono Prc, Sinistra Italiana, Open FVG ed Europa Verde) che nel 2021 aveva sostenuto già Zanolin e aveva proposto come possibile candidato sindaco l'ex vigile del fuoco Stefano Zanut, che poi ha fatto un passo indietro all'emergere di Conficoni (Zanut è comunque capolista). Il simbolo è lo stesso del 2021: un albero stilizzato e sfumato - ma il tronco ricorda anche una sagoma umana a braccia aperte - su un fondo altrettanto sfumato ottanio-verde, con vari pallini bianchi e di altre tinte che delineano la chioma e rimarcano la pluralità della lista.  
 

7) Pordenone in salute

Chiude la coalizione di centrosinistra la lista civica Pordenone in salute, partita dall'iniziativa di vari professionisti della sanità che hanno scelto di impegnarsi in questa campagna elettorale. Il simbolo, elaborato da Laura Battistella (uno dei rari casi in cui chi ha creato il fregio è noto e si esprime), contiene "un grande cuore multistrato" tricolore "che avvolge il municipio, edificio simbolo della città"; la "N" maiuscola di "iN" vuole "rafforzare il concetto e l’obbiettivo", mentre i riferimenti a "Sanità Sociale e Ambiente" completano il contrassegno. Nemmeno qui c'è il nome di Conficoni, che dunque non figura in alcuno dei cinque contrassegni della sua coalizione.
 

Alessandro Basso

8) Pordenone cambia

Ultimo dei candidati sulla scheda, in base all'ordine di estrazione, è Alessandro Basso, anch'egli consigliere regionale in carica, presentato dal centrodestra. Pure Basso può contare su cinque liste, la prima è quella che più rimanda alle elezioni precedenti: si tratta di Pordenone cambia, la formazione più votata in assoluto nel 2021 e legatissima all'ex sindaco ed ora europarlamentare Alessandro Ciriani. Non a caso, sotto ai monumenti pordenonesi mostrati al centro (da sinistra, le chiese di San Marco, San Giorgio e della Santissima Trinità, poi la Loggia municipale, probabilmente la Casa del Mutilato e il teatro Verdi), figura l'espressione "Lista Ciriani", persino più evidente - per questioni cromatiche - di "Basso sindaco". Il cognome di Ciriani dunque è rimasto (pur molto rimpicciolito), anche se lui ovviamente non è candidato.
 

9) Fratelli d'Italia

Non poteva non essere presente nella coalizione di centrodestra il simbolo del partito per cui Basso è consigliere regionale, dunque Fratelli d'Italia. Rispetto al 2021, anno in cui l'unico riferimento contenuto nel contrassegno era al candidato alla guida del comune (dunque a Ciriani, come se fosse stato ritenuto in grado di correre senza il sostegno della leader), questa volta Fdi ha scelto una formula grafica già vista in altre occasioni e ormai codificata, con l'espressione "Giorgia Meloni per" e il riferimento al candidato sindaco, che sormonta la miniatura del simbolo ufficiale di Fdi.
 

10) Pordenone civica

In posizione mediana nella coalizione di centrodestra c'è la seconda lista civica, denominata appunto Pordenone civica; in effetti non sembra fuori luogo indicare la formazione come quella più legata al candidato, viste anche le dimensioni del cognome dell'aspirante sindaco (ma non è la dimensione più grande, come si vedrà). La natura civica della lista emerge, tra l'altro, dalla stilizzazione del palazzo comunale (presente dunque due volte nella coalizione) e dalla presenza del fiume stilizzato, ispirato - anche qui, come si è visto per il simbolo di Salvador - allo stemma del comune di Pordenone.
 

11) Lega

Quarta lista della coalizione che appoggia Basso è quella della Lega, vale a dire il partito che esprime il presidente della regione, Massimo Fedriga. In questo caso non può sfuggire una modifica grafica rilevante: nome del partito e figura di Alberto da Giussano sono stati proporzionalmente ridotti (e le lettere non sono state ridisposte lungo il bordo del cerchio del contrassegno), in modo da lasciare il semicerchio inferiore alla campitura azzurra (quella della "lista Fedriga" alle ultime regionali) al posto del blu classico, che tinge invece il cognome del candidato sindaco, scritto decisamente a caratteri cubitali (e senza che compaia il nome del segretario federale Matteo Salvini).
 

12) Forza Italia

Ultima lista della coalizione di centrodestra e dell'intera scheda elettorale è quella di Forza Italia. Il contrassegno impiegato è in fondo una variante (un po' ammassata, va detto) dell'ultimo fregio usato a livello nazionale, con la bandierina tricolore stretta tra il riferimento al Partito popolare europeo e il cognome di Silvio Berlusconi, mentre in basso un segmento circolare blu contiene il riferimento al candidato sindaco. Riferimento che, come si è potuto vedere, è presente in tutti e cinque i simboli della coalizione: una scelta diametralmente opposta a quella operata dal gruppo che sostiene Conficoni.

martedì 18 marzo 2025

Un #romanzoViminale ante litteram: sfogliando il Corriere del 1948

Chi frequenta abitualmente questo sito non ha bisogno che lo si ricordi: il deposito dei contrassegni destinati alle schede elettorali è da sempre il momento pubblico che caratterizza per primo e in modo più evidente l'avvicinamento al giorno - o ai giorni - del voto per il rinnovo delle Camere o del Parlamento europeo. Sembra di poter dire così soprattutto a partire dal 1958, anno in cui trovarono prima applicazione le norme introdotte dalla legge n. 493/1956 - e trasfuse nel testo unico per l'elezione della Camera, cioè il d.P.R. n. 361/1957 - che avevano previsto un'unica procedura di deposito dei simboli presso il Ministero dell'interno per i partiti, per gli altri gruppi politici e per eventuali soggetti singoli: da quel momento, nel giro di pochi giorni (in origine tra il 68° e il 62° giorno prima dell'apertura delle urne, ora tra il 44° e il 42° giorno prima, considerando solo le elezioni politiche), tutti i soggetti interessati a presentare il proprio emblema - e, almeno in linea teorica, a impiegarlo per distinguere candidature - si ritrovano al Viminale e suscitano puntualmente l'interesse della stampa.
Era così, almeno in parte, anche per le due elezioni politiche precedenti (1948 e 1953), ma con una significativa differenza: era previsto un doppio binario, con i partiti e gli altri soggetti politici organizzati "privilegiati" rispetto ad altri soggetti. In particolare, partiti e gruppi politici organizzati avevano la possibilità di depositare presso il Viminale il contrassegno per le loro liste (circoscrizionali o per il collegio unico nazionale) "non oltre il sessantaduesimo giorno anteriore a quello della votazione", con l'esame di ammissibilità dei simboli da parte del ministero entro tre giorni dalla presentazione; nella fase successiva del deposito delle liste/candidature (presso la cancelleria della Corte d'appello o del Tribunale competente), da effettuare "non più tardi delle ore 16 del quarantacinquesimo giorno anteriore a quello della votazione", i presentatori di ciascuna lista avevano l'onere di dichiarare "con quale contrassegno depositato presso il Ministero dell'Interno" volessero distinguere le candidature o - pensando di impiegarne uno diverso - di depositare il proprio fregio elettorale unitamente alle liste e ai relativi documenti (a partire dalle firme a sostegno), fregio la cui ammissibilità sarebbe stata valutata dai vari uffici elettorali - nei dieci giorni successivi - sulla base della confondibilità con i simboli depositati al ministero (dunque più tutelati) e con quelli depositati in precedenza presso il singolo ufficio.
Questo doppio binario comportava che le liste esclusivamente locali o i candidati ai collegi uninominali del Senato interessati a impiegare un proprio contrassegno - sapendo che sarebbe stato comunque possibile collegarsi in gruppo a persone legate a simboli diversi, in base alla legge elettorale del Senato - non avessero normalmente interesse a presentarsi al Viminale (affrontando magari le spese e le difficoltà del viaggio): per questo motivo, oltre che per l'assenza di un formale termine iniziale per il deposito - anche se si può presumere che in qualche modo il Ministero dell'interno indicasse un giorno e un momento prima dei quali i contrassegni non sarebbero stati accettati - si può supporre che dentro e fuori il Palazzo del Viminale ci fosse meno ressa di quanto accade ora prima delle elezioni politiche ed europee, al punto tale che i contrassegni erano ricevuti direttamente al quarto piano, sede - allora come oggi - dei servizi elettorali.
Questo, ovviamente, non significa che il tempo del deposito fosse meno sentito rispetto a ora. Un documento particolarmente interessante, in questo senso, è rappresentato da un articolo pubblicato in prima pagina dal Corriere d'Informazione - vale a dire l'edizione pomeridiana del Corriere della Sera - nel numero distribuito il 17 febbraio 1948: il pezzo, firmato da Alberto Ceretto (già capo del "servizio italiano", dunque degli interni per Ansa e in seguito resocontista dei lavori della Camera per il Corriere), offre appunto una cronaca della presentazione dei simboli che precedette le elezioni del 18 e 19 aprile - il primo voto politico dell'Italia repubblicana - con un uso abbondante dell'ironia nel raccontare quelle fasi. Il pezzo conferma che il deposito, in quell'occasione, si concluse alle 20 di lunedì 16 febbraio 1948 (esattamente 62 giorni prima che si aprissero le urne), ma si apprende che i primi contrassegni erano stati ricevuti dal Viminale la mattina di martedì 10 febbraio, addirittura una settimana prima. 
Le quattro colonnine di taglio alto offrono uno spaccato tanto della creatività mostrata allora - quando i simboli erano rigorosamente in bianco e nero e, tra l'altro, non erano ancora vietati i soggetti religiosi e il metro della confondibilità era meno severo - quanto delle reazioni della burocrazia ministeriale, specie davanti a un contrassegno presentato "espresso" (cioè appena realizzato) in modo tanto artigianale quanto difforme rispetto alle prescrizioni dettate dagli uffici. Vale la pena leggere quelle righe, cercando di immergersi in quel tempo, fatto di scrivanie che si affollavano di cartelline verdi, simboli in triplice copia consegnati da soggetti passeggianti da quelle parti e non ancora destinati all'esposizione in bacheca (proprio perché il deposito aveva una connotazione più intima e riservata, ma pur sempre solenne).

La pioggia cominciò martedì scorso, alle nove del mattino, e ininterrottamente è durata fino alle ore venti di ieri sera. Non era la consueta pioggia primaverile, l'acquerella che vien giù, sottile e tepida, dal cielo, ma una pioggia di carta che si rovesciava in una stanza del Viminale punto per fedeltà di cronaca, la stanza n. 20 del quarto piano, dove i funzionari del servizio elettorale hanno visto, durante questi giorni, i loro tavoli allagati di contrassegni di lista. Le cartelle verdi, con i simboli e i verbali di deposito, sono diventate una collinetta e quando, iersera, è scoccata l'ora fatale di chiusura, 102 contrassegni risultavano presentati al Ministero degli Interni. Centodue in confronto dei 61 depositati per le elezioni del '46: inflazione anche nei simboli. 
I primi furono presentati martedì scorso da quattro signori, che, quando l'ufficio si aprì, passeggiavano in già nervosamente dinanzi alla famosa porta n. 20. Da quanto tempo misuravano a gran passi il corridoio? Nessuno lo sa: forse erano arrivati quando il cielo appena sbiancava alle prime luci dell'alba, dopo aver pernottato all'addiaccio, ed ora si guardavano con occhio nemico, invidiosi del primo posto che sarebbe toccato a uno di loro, in ordine di presentazione. Perché, vi chiederete, tanta premura? Perché nel campo elettorale, come in ogni competizione agonistica, l'uomo ha le sue teorie e crede nella scaramanzia. L'urgenza di conquistare il primo posto è connessa con la teoria secondo la quale l'elettore vota per istinto, senza studiare la scheda, è portato a segnare una crocetta accanto al primo simbolo su cui posa l'occhio.
Nei tanti simboli piovuti al Viminale, la fantasia s'è sbizzarrita come più non avrebbe potuto. Ci sono, è vero, dei simboli ricorrenti, che molti partiti hanno scelto e che, pertanto, si ripetono, con lievi sfumature di diversità, all'infinito. La stella a cinque punte, per esempio, che i monarchici hanno naturalmente abbinato alla corona, ed i 
«frontisti» hanno invece tratteggiato come sfondo alla testa di Garibaldi. 
Ma, al di fuori di questi motivi, che sono i più comuni, quante estrose invenzioni! Prendete il sole, ad esempio: voi credete che il sole sia unico, uguale per tutti, inconfondibile. Illusione. Basta sfogliare le cartelline verdi per constatare in quanti modi diversi gli uomini vedono il sole: c'è il sole fermo e senza raggi, quello, invece, che inonda il creato di raggi, dritti e acuti come str
ali, quasi volesse forarlo con la sua vampa; e c'è il sole leonardesco, dei raggi zigzaganti.

 

E poi, perché non considerare il sole nei momenti del suo quotidiano e luminoso viaggio che, proiettato nell'eternità, può somigliare al gran viaggio dell'umanità nel tempo? Ecco, quindi, il sole alto sull'orizzonte, lontano, splendido ed irraggiungibile; ed ecco, invece, il sole nascente, ancora a metà della sua prodigiosa apparizione all'orizzonte. Quest'ultimo, lo conoscete, è il sole che, primamente, scelsero come emblema internazionale i socialisti, ed è riapparso all'orizzonte della camera n° 20 del Viminale, recatovi da Ivan Matteo Lombardo e Simonini, come contrassegno dell'Unione socialista. 
 
E che altro, infine, se non il sole volete che scegliesse come simbolo l'associazione politica naturisti italiani? Il suo astro fulgente, però, a una sorta di carattere pubblicitario, perché la parola naturismo spicca proprio al centro della pancetta del sole, come la «réclame» di una pasticca per la gola. 
Ricostruzione
Se parecchi degli emblemi sono mostruosamente complicati, il più semplice fu quello ideato da un mutilato. Egli arrivò all'ufficio elettorale a mani vuote, prese da un tavolo un pezzo di carta e una matita azzurra, tracciò una macchia blu, vi scrisse sotto 
«mare calmo» e porse il foglio all'impiegato. Questi trasecolò e fece rilevare al presentatore, in primo luogo, che il contrassegno doveva essere disegnato in inchiostro e consegnato in tre esemplari; poiché quella macchia non rappresentava nulla.
«
Voi lo dite, - si scandalizzò l'altro. - Dint'o mare 'nce sta' tutte cose», e la sua voce di napoletano vibrava di commozione in quel semplice inno al mare. Poi si convinse, e tornò, ieri, recando il nuovo emblema del «gruppo politico degli italiani»: l'Italia effigiata in una donna armata di spada e con lo scudo crociato sul seno rigoglioso. Ma una curiosità c'era, anche questa volta, nel disegno, ed era il copricapo, di foggia veramente inusata per una donna. «E' il colbac del Piemonte reale», spiegò il presentatore dinanzi allo sguardo interrogativo del funzionario.
 
La cronaca appena riportata può essere completata con il resoconto puntuale che sempre il Corriere d'Informazione (edizione della notte), uscito proprio il 10 febbraio, offriva della prima mattina di deposito degli emblemi. I primi quattro signori che si contendevano il primo posto nelle procedure di deposito, a quanto pare, dovevano essere lì per depositare i fregi del Movimento nazionale unitario (distinto dal "profilo dell'Italia geografica", con tanto di Venezia Giulia "larga", Istria e Dalmazia, Savoia e Nizzardo e persino un po' di costa africana; presentatore risultava Luigi Gasparotto), del Partito nazionale monarchico (con Alfredo Covelli presentatore ufficiale), del Partito socialista italiano (contrassegno simile a quello del Psiup del 1946 e apportato da Lucio Luzzatto) e del Fronte democratico popolare (con Garibaldi sopra la stella presentato da Virgilio Nasi). L'elenco continuava con il Partito comunista italiano (stesso emblema della Costituente, depositato da Pietro Secchia e presentato - al pari del fregio del Psi - per evitare che altri potessero accampare diritti su quel segno o su segni simili), il Partito democratico del lavoro ("una ruota dentata che racchiude una spiga di grano e una fiamma emergente", presentato - a quanto pare di capire - da Edgardo Longoni), la Gioventù comunista (da cui sarebbe nata la Fgci: depositante fu Giancarlo Pajetta) e il Movimento sociale italiano (con la fiamma tricolore presentata da Giorgio Almirante). La "prima dozzina" si completava con il Blocco popolare unionista (presentato da Santi Paladino), la Concentrazione degli indipendenti per l'indipendenza d'Italia (presentato da Luciano Maria Moretti: "un reticolato con delle fiamme da esplosione, in alto una croce con la scritta 'Per l'indipendenza d'Italia'"), il Fronte liberale democratico dell'Uomo Qualunque (col simbolo della testata di Guglielmo Giannini presentato da Mario Rodinò) e l'Alleanza cattolico-monarchica (emblema presentato da Giorgio Asinari di San Marzano). Secondo un articolo uscito il giorno dopo sull'edizione "principe" del Corriere, al posto numero 13 si era collocato il simbolo della Dc.
Dell'Alleanza cattolico-monarchica, tuttavia, sarebbe stata chiesta la sostituzione del fregio, perché la corona al centro si sarebbe potuta confondere con il simbolo di "Stella e Corona" del Pnm: rimase dunque una corona di alloro, abbinata al nodo Savoia e a una croce. Il 18 febbraio il Corriere d'Informazione diede notizia anche della bocciatura del simbolo del Fronte della Gioventù per la somiglianza col simbolo del "Blocco democratico popolare", anche se una forza con quel nome non c'era: in effetti si trattava del Fronte democratico popolare già ricordato. In effetti, tra i simboli ammessi non figura quello del Fronte della Gioventù (che ovviamente non era il Fdg che si sarebbe affermato come "giovanile" del Msi-Dn, ma la continuazione - o, se si preferisce, quel che rimaneva - dell'organizzazione giovanile partigiana ormai molto vicina al Pci: a depositare il simbolo con il volto di Garibaldi, in effetti, fu Enrico Berlinguer). 
Rileggendo l'articolo scritto da Alberto Ceretto per il Corriere d'Informazione, tra l'altro, si trova citata l'Associazione politica naturisti italiani menzionata nel testo: nel cercare tra i simboli ammessi nel 1948 le grafiche per illustrare l'attento e ironico resoconto, tuttavia, non emerge alcuna traccia Associazione politica naturisti italiani - nome che non figura in alcuna dei simboli presentati pure in seguito - né di un sole contenente la parola "naturismo" (mentre emergono, per esempio il sole "leonardesco, dai raggi zigzaganti" del Movimento sociale rivoluzionario europeo mostrato sopra e quello "alto sull'orizzonte" e "che inonda il creato di raggi, dritti e acuti come strali" del Movimento nazionale fra sinistrati e danneggiati di guerra). Guardando al numero di contrassegni contenuti nella pubblicazione ufficiale del Viminale, peraltro, si nota la presenza di 98 emblemi, a fronte dei 102 di cui parla l'articolo: se uno di quelli mancanti potrebbe essere quello del Fronte della Gioventù depositato da Berlinguer, che qualcosa sia andato storto in fase di esame del contrassegno naturista - da parte dei servizi elettorali guidati dal capo divisione (Angelo?) Vincenti - portando alla sua esclusione? Il mistero, almeno per ora, resta, insieme al fascino di un racconto ex post della #maratonaViminale.
 
Un ringraziamento meritatissimo va a Lorenzo Pregliasco, che ha segnalato l'articolo e ha spinto all'approfondimento sulla vicenda.

sabato 8 marzo 2025

Partito liberaldemocratico, un inizio ad ala spiegata fuori dai poli

Il "centro" politico in Italia non cessa di essere (e anche di apparire) in movimento: proprio oggi si è registrata la comparsa di un nuovo soggetto, che ha scelto consapevolmente di adottare l'etichetta di "partito". Si tratta del Partito Liberaldemocratico (anche se, a guardare il simbolo - di cui si dirà più avanti - si sarebbe tentati di dire Partito Liberal democratico), vale a dire la forza politica nata dall'impegno comune - iniziato alla fine di novembre con la manifestazione Il coraggio di partire - di Libdem europei (l'associazione-costituente-partito fondata nel 2022 da Giuseppe Benedetto, Alessandro De Nicola, Oscar Giannino e Sandro Gozi, presieduta da Andrea Marcucci e membro dell'Alde Party), Nos (il "media-partito" lanciato dal fondatore di Will Italia Alessandro Tommasi), l'associazione Liberal Forum (nata nel 2022 su impulso di varie figure legate al mondo liberale, pur collocate in origine su fronti diversi) e Orizzonti liberali, cioè l'associazione-cantiere promossa da Luigi Marattin dopo la sua uscita da Italia viva a settembre dello scorso anno. 
L'idea di concorrere a costruire "un vero partico liberaldemocratico equidistante sia da destra che da sinistra" ha impegnato i soggetti per vari mesi, fino alla preparazione dell'iniziativa di presentazione di oggi, tenutosi presso lo spazio Roma Eventi di via Alibert (dietro Piazza di Spagna). Insieme, per la libertà. L'inizio di un cammino nuovo era il titolo scelto per questo evento che ha unito soggetti che in tempi recenti non avevano avuto posizioni sovrapponibili: alle ultime elezioni europee, per esempio, Libdem aveva concorso alla lista Stati Uniti d'Europa (sostenuta anche da Marattin, allora in Iv, e anche da Liberal Forum che aveva appoggiato la candidatura di Graham Watson nel Nord-Est), Nos era invece stato parte della lista Siamo Europei guidata da Azione. 
In un certo senso si può parlare di evoluzione del progetto Libdem europei, almeno sul piano politico e giuridico. La presentazione di oggi era infatti stata preceduta, il 29 novembre 2024, da una prima assemblea dei soci dell'associazione Liberali Democratici Europei per deliberare la modifica dello statuto in modo da trasformare l'associazione nel partito Libdem. Il 20 febbraio, poi, si era appreso di una nuova convocazione dell'assemblea (il 28 febbraio in prima convocazione e il 5 marzo in seconda) per ulteriori modifiche statutarie: "il nostro Statuto, così modificato, costituirà - si leggeva nel sito libdemeuropei.it - la base del futuro partito liberaldemocratico a cui daremo vita con gli amici di Orizzonti Liberali, Nos e Liberal Forum in un grande congresso la prossima estate".
Per il congresso, dunque, è ancora presto, ma intanto l'evento di lancio c'è stato, così come sono stati elaborati lo statuto ("frutto del lavoro di una commissione" dei quattro soggetti politici coinvolti) e soprattutto - per quanto interessa qui - il simbolo, presentato ieri. Lo statuto rinnovato contiene la descrizione del fregio, la stessa riportata nella domanda di marchio, depositata venerdì 7 marzo da Piero Cecchinato, avvocato esperto di diritto commerciale, bancario e finanziario (ed esperto anche di diritto della proprietà industriale) nonché segretario di Libdem europei:
logo di forma cilindrica con 4 colori: azzurro chiaro e blu scuro di sfondo, un bordo blu scuro che contorna tutto il perimetro del logo; colore bianco per il nome del Partito formato da 3 parole (“Partito Liberaldemocratico”); colore giallo per il puntino sopra la i della seconda parola che rappresenta il nome del partito; e colore giallo anche per la figura dell'ala in alto a destra posizionata sopra la terza parola del nome partito. Il colore blu scuro predomina la parte bassa a destra del cerchio mentre l'azzurro chiaro la parte in alto a sinistra con al centro il nome e l’immagine dell'ala.
L'ala gialla che si vede nel simbolo richiama, per chi la riconosce, quella del bird of liberty, simbolo classico dei liberaldemocratici europei che ha caratterizzato per molti anni (e in varie versioni) il gruppi libdem al Parlamento europeo (Eldr): tuttora i liberaldemocratici britannici utilizzano quell'immagine (e per un certo periodo lo hanno fatto in Italia i Liberaldemocratici di Marco Marsili: chissà se lui, che si era lamentato dei Liberal Democratici di Lamberto Dini e Italo Tanoni, sarà contento di questo nuovo nome...) e proprio Libdem - quando era pensato soprattutto come "movimento liberale democratico europeista" - ha utilizzato comunque un uccello giallo ad ali spiegate, prima reso con la tecnica dell'origami, poi nella forma più semplificata vista fino a poco tempo fa. Quanto ai colori, il giallo rappresenta i libdem in vari paesi europei, spesso abbinato proprio all'azzurro-blu (che appare anche nell'attuale logo dell'Alde, che pure ha rinunciato al giallo). 
La scelta di usare il termine "partito" - in controtendenza rispetto a quanto visto negli ultimi anni - e di evitare riferimenti all'Italia o ad altre grafiche esplorate negli ultimi decenni era emersa già poco prima della presentazione, quando Luigi Marattin, in un'intervista ad Aldo Torchiaro per il Riformista, aveva dichiarato: "La crisi della politica in Italia - si vede anche dal modo in cui negli ultimi trent’anni si sono chiamati quasi tutte le formazioni politiche che nascevano. Quasi nessuno si chiamava 'partito', come se fosse una cosa tossica; invece i partiti, se fatti per questo secolo e non per il precedente, sono ancora lo strumento migliore per la democrazia rappresentativa. E poi nessuno metteva nel proprio nome un'identità politica: tutti a saccheggiare l'orto botanico (querce, margherite, ecc) o a utilizzare combinazioni del nome 'Italia'. Invece da un nome di un partito si deve capire subito qual è la visione di società che ne deriva".
"Siamo una possibilità per tutti, non un privilegio per pochi": così stava scritto sullo schermo accanto al simbolo appena comparso, mentre il manifesto del partito cerca di sviluppare il credo della forza politica, volto a combattere i tre spettri dell'autocrazia, del populismo e della conservazione, unendo democrazia politica ed economia di mercato. "Varando questo partito che unisce quattro associazioni - ha detto Marattin all'inizio dell'evento - cominciamo a mettere mano a quella frammentazione che ha reso l'area liberaldemocratica meno forte di quanto non sia in Italia. Oggi vi presentiamo il manifesto, quello in cui crediamo, le nostre proposte politiche; vi presentiamo una classe dirigente, una strategia di comunicazione che discutiamo con tanti ospiti esterni; apriamo il tesseramento e tra tre mesi eleggeremo i nostri organi. Partiamo con le cose importanti, le altre verranno dopo". 
"Quando vi siete innamorati l'ultima volta dell'attività politica? Quando siete andati a votare l'ultima volta con passione e determinazione?" ha chiesto Pietro Ruggi, socio fondatore e presidente di Liberal Forum. "Per tanti di noi forse è passato troppo tempo: per decenni ci siamo trovati a dover scegliere tra una destra populista, giustizialista e illiberale e un centrosinistra anch'esso populista e giustizialista, per i liberali era una situazione impossibile. Oggi per me si realizza un sogno: avere un partito che può essere un punto di riferimento politico-elettorale per i liberaldemocratici italiani, da lasciare in eredità ai nostri giovani. Un partito non si fonda per l'obiettivo di riunire i liberaldemocratici: lo si fonda perché ci sono valori non negoziabili condivisi tra tutti noi".  
"Se metà delle persone non vota - ha aggiunto Alessandro Tommasi di Nos - vuol dire che metà delle persone non crede minimamente nella politica, perché negli ultimi trent'anni sono mancati una visione del paese, un metodo di lavoro chiaro, sistemi di incentivo alla partecipazione politica per componenti importanti della nostra società. Siamo sicuri che lo scontro tra centrodestra e centrosinistra sia ancora attuale, o invece sarà necessario schierarsi a difesa dei principi democratici e dello stato di diritto, che certe forze politiche non sposano in pieno?".
"Quando ho iniziato a fare politica qualche decennio fa - ha chiosato Andrea Marcucci - sembrava che il bene della libertà fosse ormai acquisito nel mondo occidentale e anche in Italia. Semplicemente non era vero, come ha dimostrato la storia: in momenti difficili come questo, diventa un discrimine scegliere di stare dalla parte di chi viene offeso e aggredito, di chi sceglie i diritti, di chi sa che le riforme e la spesa pubblica ci possono essere ma solo in presenza di un'economia di mercato. Il motore di secoli che ha portato allo sviluppo della nostra società è stato l'amore per la libertà e lì bisogna tornare. Facciamo un primo passo di un percorso che abbiamo elaborato e studiato e che è difficile, perché tra liberali trovarsi d'accordo è un incubo... ma siamo andati avanti e ci crediamo". La sede del partito, tra l'altro - in via Veneto 7 a Roma - coincide con l'ufficio romano usato da Marcucci fin dalla sua prima elezione a parlamentare (nel 1992 con il Pli alla Camera; sarebbe poi tornato al Senato nel 2008 con il Pd, rimanendovi fino al 2022). 
Tra i molti interventi della giornata, al di là degli apprezzabili contributi esterni, meritano di essere segnalati due passaggi interni. Il primo lo ha fornito Gianmarco Brenelli, tra i fondatori di Liberal Forum, a lungo impegnato nel mondo liberale (e, tra l'altro, nella Federazione dei liberali guidata da Raffaello Morelli): "Nel nostro manifesto introduciamo alcune novità, innanzitutto la parola 'Partito': la nostra - ha detto - è l'unica democrazia che ormai non si fonda sui partiti, abbiamo avuto fasi floreali, di cesarismo, di 'partiti' in cui non si discute e non si applica la costituzione e noi vogliamo andare nella direzione opposta, creando una forza politica contendibile. Grazie al disastro che si è creato in Italia, nel Parlamento europeo non esiste un contributo italiano alla famiglia liberale, a dispetto di una domanda dell'8-10% rivelatasi non nei sondaggi, ma nei voti: serve uno strumento che costituisca l'offerta a questa domanda".
Il secondo momento intenso è arrivato da Oscar Giannino, che ha offerto un intervento decisamente movimentato: "I nostri punti programmatici non sono un programma elettorale, cui lavoreremo quando ci avvicineremo alle elezioni, vedendo quanto la condizione di questo paese e quella internazionale si sarà ulteriormente ridotta alla malora. Così come non sono un programma di governo completo, perché questo lo faremo evolvere nel tempo attraverso le forme di un partito contendibile che fa congressi a tutti i livelli e non sopporta i partiti personalistici, senza averci niente a che fare. Però abbiamo scelto punti programmatici che sono irriducibilmente diversi da quello che dicono questa destra e questa sinistra e da quello che hanno fatto per anni, lasciando le loro impronte digitali sul paese". Comunque vada, la strada è impegnativa: decidere di percorrerla - qualunque idea si abbia - è una sfida che merita rispetto.

venerdì 28 febbraio 2025

Dc, il tribunale di Roma nega a Luciani l'esclusiva di nome e simbolo

Lungi dall'essersi esaurite, le vicende giuridiche relative ai tentativi di risvegliare la Democrazia cristiana offrono una nuova puntata "ambientata", in un certo senso, presso il Tribunale civile di Roma. Il 25 febbraio in cancelleria è stata infatti depositata la sentenza di primo grado - decisa il giorno prima - che fa seguito all'atto di citazione presentato lo scorso anno da Nino Luciani e Carlo Leonetti, che si qualificano rispettivamente come segretario politico e segretario amministrativo (nonché legale rappresentante) della Dc, almeno sulla base del percorso di riattivazione del partito da questi ritenuto legittimo. Il giudice Corrado Bile (della sezione Diritti della persona e immigrazione civile), lo stesso che a maggio dello scorso anno aveva negato la tutela cautelare a Luciani e Leonetti - richiesta in vista delle elezioni europee e delle altre consultazioni elettorali della primavera del 2024 - con la sentenza n. 2847/2025 ha però respinto le loro domande. 
Luciani e Leonetti, in particolare, avevano chiesto che il tribunale accertasse che la Dc da loro guidata era "in continuità giuridica soggettiva con il Partito della Democrazia Cristiana fondato nell’anno 1943" e che, su quella base, aveva titolo per rivendicare la piena ed esclusiva titolarità della denominazione "Democrazia cristiana" e dello scudo crociato, sulla base del "diritto al nome" previsto dall'art. 7 del codice civile; in base a quest'accertamento, secondo gli attori, il giudice avrebbe dovuto ordinare a tutti coloro che erano stati convocati in giudizio di smettere di usare in qualunque occasione il nome e il simbolo della Dc o altri segni identificativi confondibili, prevedendo anche una penale per ogni ulteriore uso indebito di quei segni e condannando, in ogni caso, quei soggetti al risarcimento dei danni già prodotti alla Dc-Luciani. L'elenco dei soggetti che avrebbero dovuto cessare ogni molestia, del resto, era piuttosto lungo: l'Unione dei democratici cristiani e democratici di centro (vale a dire l'Udc), rappresenta dal segretario Lorenzo Cesa e dal segretario amministrativo Regino Brachetti; Maurizio Lupi, quale presidente di Noi moderati (la cui presenza può spiegarsi soltanto in virtù della partecipazione dell'Udc a Noi moderati, inteso non ancora come partito, ma come cartello-federazione di partiti per le elezioni politiche del 2022); Gianfranco Rotondi, in proprio e quale presidente della Democrazia cristiana con Rotondi; varie persone che attualmente si qualificano come segretari politici della "loro" Dc, in particolare Salvatore "Totò" Cuffaro, Antonio Cirillo (nel processo è intervenuta anche la Dc da lui guidata, attraverso il suo segretario amministrativo e legale rappresentante Sabatino Esposito), Angelo Sandri, Franco De Simoni (era stato citato anche il nuovo segretario amministrativo, Mario De Benedittis), Emilio Cugliari (in effetti si qualifica come "presidente facente funzione"), Lupo Rosario Salvatore Migliaccio di San Felice, ma anche Raffaele Cerenza, in qualità di presidente dell'Associazione Iscritti alla Democrazia Cristiana del 1993 (ed ex segretario amministrativo della Dc-De Simoni).

La sentenza

Per Luciani e Leonetti questa causa doveva servire ad "accertare definitivamente l'identità e la continuità politico-storica" (stranamente qui non è stata indicata anche quella giuridica, l'unica che per il diritto abbia valore, ma la si ritrovava in seguito) con la Dc "storica": in quel modo si sarebbe potuta fondare la rivendicazione e tutela (ex artt. 6 e 7 c.c.) verso tutti i soggetti - individuali e collettivi - "che, a decorrere dall'anno 1994 e sino ad oggi, hanno utilizzato illegittimamente la denominazione ed il simbolo del partito fondato da Alcide De Gasperi nel 19 marzo 1943". La continuità sarebbe dovuta discendere dalla nascita di altri partiti - incluso, pare di capire, il Partito popolare italiano, ritenuto soggetto diverso dalla Dc - generata "dal recesso di alcuni soci dalla Democrazia Cristiana, circostanza che non avrebbe dato luogo ad una scomparsa dell'ente dante causa": Leonetti e Luciani sostenevano in particolare che esistesse "un'identità tra i propri iscritti e quelli costituenti l'originario partito nell'anno 1993". Su queste basi, tutti gli accordi stipulati tra soggetti ritenuti "nuovi" e relativi (anche) al nome e al simbolo della Dc - inclusi i c.d. "accordi di Cannes" del 1995 - si sarebbero dovuti ritenere nulli, visto che solo quel partito - mai estinto - avrebbe potuto disporne; allo stesso tempo, l'uso del nome e dello scudo crociato sarebbe avvenuto in violazione delle leggi elettorali che tuttora non ammettono la presentazione di contrassegni "riproducenti simboli, elementi e diciture, o solo alcuni di essi, usati tradizionalmente da altri partiti".
Erano di ben altro avviso i soggetti convenuti, a partire dall'Udc: il partito aveva innanzitutto sostenuto che i giudici si erano già espressi in modo definitivo sulle questioni legate alla Dc (a partire dalla nota sentenza della Corte d'appello civile di Roma n. 1305/2009, confermata dalla Cassazione a sezioni unite con la sentenza n. 25999/2010), decidendo che - secondo il riassunto fatto dalla difesa dell'Udc - "tutti gli attuali soggetti che pretendono di accreditarsi nell’opinione pubblica come Partito della Democrazia cristiana, non hanno, in verità, alcuna continuità storico giuridica con tale soggetto", dunque nessuno può agire in suo nome e per suo conto; secondariamente, l'Udc ha rivendicato di aver impiegato lo scudo crociato in tutte le competizioni elettorali dal 2002 in poi, per cui quel simbolo "ha finito per essere, inequivocabilmente, ricondotto dalla coscienza collettiva a tale Partito, insediato da tempo, con una propria rilevante rappresentanza, in Parlamento nazionale ed europeo", Lupi, per parte sua, ha negato qualunque responsabilità circa l'uso del nome e del simbolo della Dc, ricordando l'episodio della lista comune Noi moderati del 2022, ma precisando che "i singoli partiti non abbandonano la loro identità" (per cui aveva chiesto di essere estromesso dal giudizio, auspicando comunque il rigetto delle domande degli attori e la condanna di questi ultimi al risarcimento "da lite temeraria").
Quanto alle "altre Dc", la Democrazia cristiana con Rotondi aveva formulato varie eccezioni in rito (sulla corretta notificazione dell'atto di citazione e sulla corretta rappresentanza dell'associazione guidata da Luciani) e aveva chiesto che fosse chiamato in giudizio il Ppi - ex Dc, quale soggetto che nel 2004 aveva concesso a Rotondi l'uso del nome "Democrazia cristiana", chiedendo piuttosto che fosse inibito alla Dc-Luciani l'uso del nome della Dc, con tanto di condanna al risarcimento del danno. La Dc-Cuffaro aveva ricordato che era già pendente la causa iniziata 2023 da quel partito davanti al tribunale di Avellino per accertare la continuità giuridica con la Dc "storica" (per cui la nuova causa, a suo dire identica o comunque contenuta in quella precedente, avrebbe dovuto terminare il proprio percorso - ed eventualmente essere riassunta presso il tribunale irpino - o tutt'al più essere sospesa in attesa che il giudizio di Avellino si compisse); in ogni caso, aveva chiesto il rigetto delle domande. Pure De Simoni, ritenendo privi di legittimazione Luciani e Leonetti (qualificati come "espulsi" o non correttamente insediati, o comunque decaduti), aveva chiesto una pronuncia di rigetto; lo stesso aveva fatto Cugliari, che peraltro aveva sottolineato di essere stato "nominato Presidente f.f. della Dc [al posto di Luciani, ndb] all'Assemblea del 1-2 luglio 2020" e di essere rimasto da allora in carica, rappresentando "regolarmente la Dc in attesa di un regolare Congresso che nessuno è riuscito a svolgere" (il che avrebbe prodotto necessariamente la prorogatio dell'unico organo che assume la rappresentanza legale dell'associazione, almeno fino alla sua regolare sostituzione). 
Quanto alla Dc-Cirillo, essa - oltre a ricordare il giudizio promosso da Cuffaro ad Avellino, chiedendo la cancellazione della nuova causa - aveva contestato la "ricostruzione storica" alla base della rivendicata continuità tra Dc "storica" e Dc-Luciani: a detta dei suoi difensori, "il partito di cui è rappresentante il signor Sabatino Esposito ha ri-attivato gli organi del partito attenendosi in modo puntuale alle prescrizioni dello statuto", per cui è stato chiesto il rigetto delle domande di Luciani e Leonetti, pretendendo allo stesso tempo che si dichiarasse nei confronti delle altre associazioni che la Dc-Cirillo era "l'unica legittimata ad utilizzare simbolo e denominazione" della Democrazia cristiana. Non si sono costituiti, tra gli altri, Sandri, Cerenza e Migliaccio.
Il giudice Bile ha ritenuto di doversi esprimere sulle domande, ritenendo che non ci fosse completa identità di parti tra la causa attribuita a lui e quella trattata presso il tribunale di Avellino (né la causa romana poteva dirsi "contenuta" in quella avellinese): ha sottolineato anzi che "la presenza di più parti finisce per riflettersi sull’oggetto del giudizio, implicando una valutazione complessiva sulla oramai annosa questione inerente alla possibilità di utilizzare denominazioni, contrassegni e simboli che si ricollegano al partito della Democrazia Cristiana da parte di soggetti già da tempo presenti sulla scena politica italiana" (motivo in più, dunque, per decidere la causa e non rinviare la soluzione di dubbi).
Lo stesso giudice, di fronte ai vari tentativi di eccepire che Leonetti e Luciani non fossero legittimati a iniziare l'azione, ha ricordato che "la legittimazione ad agire e a contraddire, quale condizione dell'azione, si fonda sulla prospettazione ovvero sull'allegazione fatta in domanda". Per Bile, insomma, Luciani e Leonetti si sono qualificati rispettivamente segretario politico e amministrativo della "loro" Dc e hanno agito come tali, apportando documenti che confermano quella posizione: riconoscere la legittimazione ad agire, però, non significa in automatico che i due attori siano anche allo stesso tempo figure di vertice della Dc "storica".  
Il giudice, infatti, ha ritenuto che le domande dei rappresentanti della Dc-Luciani non dovessero essere accolte. Risulta di un certo interesse che questi, per indicare le norme sulla base delle quali condurre il giudizio, abbia richiamato l'art. 2-bis del "decreto elezioni 2024" - quello che ha messo in chiaro la netta distinzione del diritto elettorale da quello dei marchi (rendendo del tutto ininfluente il deposito di un fregio come marchio ai fini della partecipazione alle elezioni) - insieme alle disposizioni del testo unico per l'elezione della Camera (d.P.R. n. 361/1957) in materia di deposito, ammissibilità ed esame dei contrassegni elettorali. 
Dopo aver ricordato che "[i] segni distintivi costituiscono l'insieme di elementi grafici essenziali in cui si riassume la configurazione identitaria del partito, nonché la sua capacità di rendersi riconoscibile agli elettori" e aver richiamato sia il parere del Consiglio di Stato n. 218/1992 sulla confondibilità tra contrassegni (che ha invitato a valutare eventuali somiglianze tra contrassegni considerandoli per intero, non con riguardo "ai singoli elementi che ben possono essere comuni a più partiti politici"), sia le decisioni dei giudici civili - incluse due della Cassazione, la prima relativa all'Associazione italiana contro le leucemie - Ail (2015), la seconda ad Alleanza nazionale e alla Fondazione Alleanza nazionale, ordinanza che nel 2020 aveva ribaltato il verdetto della Corte d'appello di Firenze che aveva dato ragione al Nuovo Msi di Gaetano Saya e Maria Cannizzaro - che hanno riconosciuto ai partiti quali associazioni non riconosciute il diritto al nome e a vederlo tutelato ex art. 7 c.c., il giudice ha riconosciuto la prassi di chiedere la registrazione come marchio dei simboli dei partiti; egli ha però anche ricordato che "la titolarità civile di un emblema non si sovrappone alla sua titolarità elettorale, e non offre tutela nell’ambito dell’uso politico dei simboli" (citando a proprio sostegno la "sentenza Vannucci" con cui il tribunale di Roma nel 2009 aveva tra l'altro escluso che la domanda di marchio presentata dalla Dc-Sandri potesse avere qualche effetto nei tanti contenziosi in corso).
Per il giudice, il parametro di valutazione va rintracciato nella "volontà di scongiurare il rischio di confusione sugli elementi caratterizzanti le diverse formazioni politiche" e nella "tutela dell’elettorato, quale espressione della sovranità popolare, costituzionalmente riconosciuta". Sul primo punto non ci sono dubbi; lascia più perplessi il secondo, dal momento che l'azione non era stata impostata con riguardo alla partecipazione alle elezioni - fatta salva la contemporanea instaurazione del giudizio cautelare in vista del voto di primavera del 2024 - e non spetta certamente al giudice civile occuparsi di tutela dell'elettorato (almeno non in questo caso).
In ogni caso, il tribunale ha preso atto dell'uso elettorale dello scudo crociato da parte della Dc dal 1948 al 1992 e poi dell'Udc "nel corso di un arco temporale di circa trent'anni, ottenendo un consenso che le ha consentito la presenza in Parlamento". Un periodo di tempo così lungo da non potersi ritenere "irrilevante ai fini di stabilire la consistenza del carattere identitario del simbolo e la relativa spettanza", volendo applicare il principio consolidato (dalla Cassazione) in base al quale "il trascorrere del tempo costituisce già di per sé un elemento idoneo a giustificare un diverso trattamento". Si è trattato di un uso prolungato "del simbolo che ha caratterizzato un partito politico rimasto sostanzialmente inattivo per moltissimi anni": per il giudice, quell'impiego consolidato ha prodotto in capo all'Udc "il formarsi di una identità riconoscibile da parte dell’elettorato che, nel tempo, ha avuto modo di esprimersi con il voto", al punto tale da finire per cambiare il significato del simbolo stesso (dovendosi escludere che lo scudo crociato "abbia mantenuto intatte le proprietà originarie che ne determinavano la riferibilità esclusiva ad una forza politica attiva eminentemente nel secolo scorso"). 
La sentenza cita il precedente della Cassazione a sezioni unite del 2010, ma per dire che solo allora si è affermato "con certezza che il mutamento di denominazione della Democrazia Cristiana in Partito popolare italiano [...] non fosse avvenuto poiché deliberato in contrasto con le previsioni statutarie"; dal 1994 al 2010, in compenso, "anche l'elettorato è stato esposto al diffuso convincimento di un avvenuto mutamento di denominazione e, dunque, ne ha preso atto, maturando una nuova e diversa consapevolezza circa l'identità delle formazioni politiche in campo e circa la riconducibilità dei segni distintivi a questo o a quel partito". Ovviamente l'Udc è nata ben dopo il 1994, ma ha operato e partecipato alle elezioni per oltre vent'anni: le stesse norme elettorali, nel tutelare l'affidamento dell'elettore verso i partiti presenti in Parlamento, proteggerebbero "un interesse che oggi non può più riconoscersi come radicato in modo prevalente in capo alla Democrazia Cristiana storica", dovendosi riconoscere un "uso tradizionale" (anche) "in capo ad altri che ne hanno fatto uso per anni". Non viene accolto nemmeno l'argomento della maggiore presenza in Parlamento della Dc (1948-1994) rispetto all'Udc (dal 2002, o dal 2006 se si contano le elezioni cui ha direttamente partecipato): occorre infatti "tenere conto del momento storico in cui tale presenza si è manifestata, di quanto accaduto nel tempo e delle conseguenze che l'articolarsi delle vicende ha determinato".
Per il giudice, dunque, senza disconoscere il rispettivo diritto al nome, occorre far prevalere la citata tutela dell'elettorato - che può esplicitarsi anche nel controllo sui simboli, da ricondurre "al principio di libertà di voto tutelato dall’art. 48, comma 2, Cost." - e valutare sulla base della "normale diligenza dell'elettore medio di oggi", ritenuta maggiore rispetto a quella del passato (come ribadito da varie sentenze amministrative), il che fa propendere per un giudizio meno severo sulla confondibilità, ma pur sempre condotto con uno sguardo sintetico e complessivo sul simbolo ("guardando se l’insieme degli elementi grafici essenziali – pur con le variazioni del caso – conservi gli elementi salienti dell'emblema tradizionale"). Su queste basi, "il fatto che ognuna delle parti in giudizio abbia svolto la sua attività politica nel tempo utilizzando, a seconda dei casi e con le relative differenziazioni, simboli, contrassegni e denominazioni riconducibili al partito della Democrazia Cristiana, ha comportato il formarsi ed il consolidarsi di una chiara rappresentazione del panorama politico da parte dell’elettorato". Il che equivale a dire - peraltro in modo non proprio cristallino - che l'uso prolungato da parte dei soggetti politici di nomi e simboli che richiamano la Dc non ha comunque confuso gli elettori, ma non permette nemmeno la rivendicazione di diritti esclusivi su quei nomi e quei segni, specie se si mira a imporre il cambio di denominazioni o emblemi con cui un partito ha operato sulla scena politica. Il che basta, secondo Bile, a respingere le domande della Dc-Luciani, ma anche quelle (speculari) della Dc-Rotondi e della Dc-Cirillo: tra questi soggetti le spese sono state compensate, mentre Luciani e Leonetti sono stati condannati per soccombenza nei confronti degli altri soggetti (Udc, Lupi, Cuffaro, Cirillo come singolo, De Simoni e Cugliari).

Reazioni e commenti

In rete non si sono fatti attendere i commenti di due tra le principali parti di questa causa. Giusto oggi Nino Luciani ha diffuso una sua nota a commento della sentenza, non esattamente gradita: 

Il ricorso della Dc al tribunale civile di Roma aveva due obiettivi: a) escludere tutti gli emulatori della Dc storica, e ottenere il riconoscimento della legittimazione del prof. Nino Luciani (ma anche a braccia aperte a tutti quelli che vogliono rientrare in base allo Statuto); b) ri-avere lo scudo crociato (detenuto dalla Udc).
Sulla legittimazione del prof. Luciani, come Segretario Politico della Dc, il giudice ha dato conferma positiva, e lo ha ripetuto una diecina di volte, tanti quanti erano i falsi emulatori, chiamati da me in giudizio. A riguardo del simbolo, invece, il giudice lo ha confermato dato alla Udc (e condannato il prof. Luciani alle spese). Vediamo meglio. 
Il giudice è convinto che, tra la Udc e la Dc, il simbolo spetti alla Udc perché lo ha usato da anni, e dunque (per confondibilità) l'elettore potrebbe essere tratto in inganno, se non lo trova nella scheda elettorale della Udc. Se il giudizio di Bile è corretto, la condanna alle spese (su di me, che ho sostenuto il contrario) è giustificata. E non conta nulla che, per la corte d'appello, la Udc non deriva dalla Dc e non ha diritto di usarne il simbolo. Dunque, l'uso prolungato ha creato un diritto. E non conta nulla che, secondo il codice civile, non esista usucapione dei beni immateriali. 
Ma noi avevamo fatto un esposto al giudice, ex art. 669-decies del c.p.c., in cui si rilevava (con prove oggettive) che la Udc non aveva, poi, presentato (nelle elezioni europee, 15 giorni dopo) il simbolo scudo crociato (essendo andata con la Lega, senza lo scudo crociato) e che ne aveva taciuto al giudice il 14 maggio 2024 (quasi mentito, in quanto la cosa era già comunicata sui giornali). Dunque era caduto il problema della confondibilità.
Si conclude che la condanna alle spese, su Luciani, resta per aria. E poiché il Giudice ha ignorato (neppure ne fa menzione) l'esposto ex art. 669-decies, siamo costretti ad andare in Corte d'Appello. 
Ultimo ma non ultimo. Siccome il simbolo è l'unica cosa rimasta da sistemare, abbiamo preparato alcuni simboli di riserva [...]. E siccome la Dc deve evolvere, io personalmente preferisco De Gasperi al posto dello scudo.
Il testo vergato da Luciani contiene una notizia: quasi di certo la sentenza del tribunale di Roma sarà impugnata e lo stesso Luciani tornerà in corte d'appello, dopo esservi stato tra il 2023 e il 2024 come parte convenuta/appellata (nella causa intentata da Cerenza e De Simoni per cercare di invalidare l'assemblea del febbraio 2017, tentativo non riuscito). Colpisce il riferimento alla conferma della legittimazione di Luciani e Leonetti come segretario politico e amministrativo della Dc "storica": in effetti le parole della sentenza - specie quelle sulle pretese attuali di una forza politica operante nel secolo scorso - paiono compatibili con questa lettura; è altrettanto vero, però, che il dispositivo parla semplicemente di rigetto della domanda, che comprendeva anche la dichiarazione di continuità giuridica tra Dc "storica" e Dc-Luciani (punto sul quale, a dire il vero, nelle motivazioni non c'è proprio nulla). 
Sulla questione del simbolo - quella che più lo ha scontentato - Luciani spiega di aver fatto notare come alle elezioni europee il simbolo dell'Udc non sia finito sulle schede e già questo avrebbe fatto venire meno ogni rischio di confusione. Ora, posto che il simbolo dell'Udc era comunque stato depositato al Viminale (e proprio un giudizio di confondibilità aveva portato a escludere il simbolo della Dc), non si capisce perché - superata la fase del procedimento cautelare - il giudice abbia sentito il bisogno di valutare la domanda degli attori attraverso criteri in gran parte dettati per le elezioni, peraltro dopo avere specificato egli stesso che il piano dei segni distintivi è diverso da quello elettorale (ma più in generale quello del diritto civile è diverso da quello elettorale e quest'ultimo non doveva essere considerato da un giudice civile in una fase di cognizione piena). Mentre la difesa di Luciani e Leonetti potrebbe essere impegnata a preparare il ricorso - magari considerando anche questi argomenti - lo stesso Luciani ha elaborato artigianalmente alcune proposte grafiche per sostituire lo scudo crociato (e che dovrebbero aggiungersi al "Bianco Fiore - Rosaspina" già proposto in passato). Su quelle proposte ci si permette solo di rilevare che quelle contenenti la croce, proprio perché esterna allo scudo, sarebbero considerate inammissibili per l'impiego di un soggetto religioso.
Se, in coerenza con il passato, non è arrivato nessun commento dall'Udc, si è espresso invece Gianfranco Rotondi con un post pubblicato il 26 febbraio su Facebook: 

La sezione 'diritti delle persone' del tribunale di Roma, guidata dal dottor Corrado Bile, ha emesso ieri una sentenza di decisione in merito al giudizio avviato dalla presunta 'Democrazia Cristiana storica', che rivendicava il diritto all'uso del nome e del simbolo della Dc. Il giudice Bile ha rigettato il ricorso, affermando che la vita elettorale della Dc si è conclusa nel 1992, e pertanto i partiti ad essa succeduti vantano autonomi diritti all'uso dei rispettivi simboli e nomi. 
Siamo soddisfatti dell’esito del giudizio, e siamo convinti che tali orientamenti saranno riaffermati anche ad Avellino, ove pende un giudizio altrettanto infondato e pretestuoso. Rimaniamo aperti alla possibilità di una intesa che permetta ai democristiani di riconoscersi in un partito che riproponga il nome e il simbolo della Dc, ma questo dipende dalla volontà dei protagonisti, non si può chiedere in tribunale.
Il riferimento di Rotondi a una possibile intesa per riproporre un partito che unisca nome e simbolo della Dc sembra ampiamente debitore di quanto accaduto a metà gennaio ad Avellino, alla prima udienza del processo iniziato da Cuffaro per rivendicare il nome della Dc. Mancando proprio i suoi avvocati, la causa era stata rinviata di sei mesi dalla giudice designata (Paola Beatrice), ma in quell'occasione questa avrebbe invitato a una sorta di conciliazione, suggerendo anche uno strumento giuridico per ottenere quel risultato ("la costituzione di una 'scatola giuridica' nuova, nella quale convergano tutte le associazioni conferendo ad essa le proprie ragioni o aspettative di diritto" aveva spiegato Franco De Luca a Roberta Lanzara di Adnkronos). 
Rotondi, in un post del 18 febbraio, aveva spiegato a modo suo quella proposta: 
La soluzione giuridica è semplice, limpida: ciascun partito che si sente titolare di diritti sul nome e il simbolo della Dc conferisce questi diritti a un nuovo soggetto unitario. Non importa se i diritti siano reali o presunti, velleitari o consolidati: importa il gesto comune, la rinuncia alla privativa e dunque alla convenienza. Penso di aver fatto il mio dovere: sono stato il primo a mettere a disposizione del progetto il nome della Democrazia cristiana, da me ininterrottamente utilizzato dal 2004, sulla base di una autorizzazione degli eredi aventi diritto del partito storico. Ho fatto un passo indietro, e ne sono orgoglioso. Questo percorso mette tutti di fronte a una precisa responsabilità: accettare la sfida di ritrovarsi, o provare a rinchiudersi nuovamente nel fortino delle convenienze maturate nel trentennio della diaspora, ciascuno assiso sul tronetto che da solo si è fabbricato. Ora è il momento della verità: si vedrà chi ci crede e chi no, chi è pronto a rischiare e chi a lucrare. Sarà un momento bellissimo, perché nessuno di noi potrà nascondersi e finalmente ciascuno assumerà una responsabilità pubblica e riconoscibile. E quel che resta del popolo democristiano non ci farà sconti, c'è da esserne certi.
Chi scrive prende atto della proposta e della almeno potenziale disponibilità di alcune delle parti. Ma si potrà davvero costruire di nuovo la Democrazia cristiana mettendo tutti d'accordo? Sinceramente è lecito dubitarne. Nessuna intenzione ovviamente di "gufare" per guastare il progetto, si augura sempre il meglio, ma è sufficiente guardare a cos'è accaduto finora per nutrire seri dubbi sulla possibilità che questo nuovo tentativo riesca. 
Da una parte, è facile notare che nel corso del tempo sono spuntati periodicamente nuovi soggetti che si ritenevano legittimi continuatori della Dc, in virtù di ricostruzioni diverse o di percorsi in parte da rifare: è sufficiente che uno o più soggetti - già noti o non ancora emersi - non accettino di partecipare al progetto comune e dicano con forza "la vera Dc sono io" per rischiare di aprire nuove pagine giudiziarie. Dall'altra parte, anche nella poco probabile ipotesi in tutti i partiti e gruppi politici potenzialmente interessati all'operazione accettassero di prendervi parte, si aprirebbe subito il problema del futuro di quel partito chiamato Democrazia cristiana e distinto dallo scudo crociato: un futuro fatto anche (se non innanzitutto) di persone, di ruoli e di numeri. Rotondi ha ricordato di aver messo a disposizione il nome della Dc a lui concesso in uso nel 2004; considerando però che lo scudo crociato attualmente è utilizzato anche dall'Udc, rappresentata in entrambi i rami del Parlamento (Lorenzo Cesa alla Camera, Antonio De Poli al Senato), si potrebbe realisticamente pensare che quel partito accetterebbe di partecipare al progetto politico comune senza assumerne la guida? E, al contrario, i gruppi democristiani più o meno piccoli, dopo essersi scagliati per anni contro le "rendite di posizione" di chi aveva nel frattempo ottenuto candidature e seggi usando il nome della Dc o lo scudo crociato e contestandoli agli altri, sarebbero disposti ad accettare un nuovo soggetto politico guidato di fatto dall'Udc? Questi dubbi, come si diceva, sono più che legittimi, ma la realtà potrebbe riservare sorprese: se ci saranno, ovviamente, verranno raccontate. E la storia dello scudo crociato, dentro o fuori dai tribunali, continuerà.